Integrazione

Una Svizzera umanitaria ma determinata? È possibile solo tramite una sana integrazione

Il gran numero di bambini, donne e uomini che hanno intrapreso il viaggio verso l’Europa negli ultimi anni, non solo a causa della povertà e della guerra, ma anche per la mancanza di prospettive per il futuro, ha fatto emergere i limiti della solidarietà europea

Nei primi sei mesi dello scorso anno, nel nostro Paese, sono state 3357 le persone fermate in treno, 2700 sulla strada, 459 all’aeroporto e 15 su vie acquatiche: la nazionalità più rappresentata è quella della Nigeria, alla quale seguono Albania, Algeria e Gambia.

D’altro canto, i paesi alle frontiere esterne dell’area Schengen, come l’Italia, la Spagna o la Grecia, sono sottoposti a enormi pressioni, ma così anche la Svizzera, che si trova al centro dell’Europa e i cui confini vengono troppo spesso violati illegalmente. 

La nostra Sinistra, invece, è pronta ad aprire le porte a tutti senza porsi domande, mentre il Paese ha urgente bisogno di una politica migratoria lungimirante che miri ad integrare coloro che arrivano e sono autorizzati a restare. 

Ecco perché continuo a ripetere che dobbiamo preservare i nostri valori di convivenza e spiegarli alle persone di culture diverse, senza tollerare l’abuso dei nostri sistemi sociali.

Andiamo a snocciolare la questione da diverse prospettive! 

Una minaccia tangibile per le tradizioni svizzere

È sotto gli occhi di tutti, ormai, il fatto che nelle nostre scuole non si possano più celebrare serenamente le festività tradizionali come il Natale o la Pasqua per non mancare di rispetto a coloro che, arrivati da fuori, dovrebbero piuttosto accettare le nostre tradizioni e cercare di integrarsi. 

Celebrazione della Pasqua cristiana

Ciò non fa altro che dimostrare come l’attuale governo sia totalmente incapace di affrontare una sfida di natura sia religiosa che culturale, che ormai è di proporzioni immani. 

In una società secolarizzata come la nostra, che ha relegato i valori cristiani a un fatto privato, mancano quindi gli anticorpi per resistere a una trasformazione che ne rasenta la dissoluzione: ecco perché servono azioni concrete che ridimensionino il tutto. 

I valori dell’Islam 

Con 450 mila credenti, che rappresentano il 5,5 % della popolazione, l’Islam è ormai la terza religione nel nostro Paese, ma il problema non risiede nei numeri, bensì nella determinazione e nell’invidiabile grado di devozione dei musulmani, la cui religione abbraccia ogni sfera della quotidianità. 

Un esempio pratico? La questione della dissimulazione del volto. 

Come da copione, la Commissione delle Istituzioni Politiche degli Stati si è pronunciata contro l’iniziativa sul divieto di dissimulare il volto: l’idea di ricorrere sempre all’interpretazione dei giudici quando ci si trova con una patata bollente in mano la dice lunga sulla pasta di cui è fatta parte della classe politica! 

Ma il punto su cui riflettere maggiormente è un altro e riguarda il futuro del nostro Paese: le frange più radicali dell’Islam – religione che, in Svizzera, ha ovviamente tutto il diritto di coesistere, pacificamente, insieme alle altre – interpretano ogni attenzione verso le proprie rivendicazioni come una vittoria. 

Quest’ultimo dettaglio è un tassello davvero importante da aggiungere al puzzle disegnato per ribaltare i valori su cui si regge la società occidentale in cui, con accenti e sfumature differenti, ci riconosciamo tutti. 

Velo per le donne musulmane

Il dramma è che se ai valori forti dell’Islam, religione che permea ogni aspetto della quotidianità delle persone, gli svizzeri non sapranno contrapporre il giusto equilibrio tra laicità e valori cristiani, la partita sarà persa per sempre.

Una questione di frontiere

Il dogma laico delle frontiere aperte è stato messo in dubbio, da poco, dal Ministro degli Interni tedesco, Seehofer. 

In seguito alla morte di una madre e di suo figlio di otto anni, spinti sotto un treno, a Francoforte, da uno squilibrato eritreo domiciliato in Svizzera, l’ex primo ministro bavarese esige “controlli intelligenti”. 

E li vuole anche alla frontiera germano-svizzera, parlando della necessità di intensificare le misure di sicurezza con tanto di posa di barriere nelle stazioni, spinto da un’opinione pubblica indignata per il fatto che l’uomo, ricercato in Svizzera da giorni, abbia potuto entrare in Germania indisturbato, grazie a Schengen. 

Cosa mi fa pensare questo fatto di cronaca? In primis, che non oso immaginare cosa sarebbe successo se una proposta simile fosse stata fatta da un Consigliere federale e, in secondo luogo, che i controlli ai confini sono necessari, ma soprattutto che non è la bontà o meno di una proposta a contare, bensì le dimensioni territoriali e il peso del Paese che la fa.

La soluzione? Rispetto e reciprocità

Naturalmente, non intendo dire che l’immigrazione attuale rappresenti un’oppressione, in quanto – per esempio – ciò che l’Islam ottiene viene offerto spontaneamente da una classe politica schiava del politicamente corretto

Basterebbe, anche in questo caso, far valere il principio della reciprocità per mettere con le spalle al muro chi ci considera terra di conquista: ciò che non viene concesso ai cristiani in Paesi come l’Arabia Saudita, non dovrebbe essere concesso ai musulmani in Svizzera. 

Ciò che dunque mi impegnerei a raggiungere è una politica d’asilo controllata, che da un lato preservi la tradizione umanitaria della Svizzera, ma dall’altro conceda il diritto d’asilo solo in conformità alle nostre leggi. 

Dunque, vorrei che:

  • Alle persone perseguitate e vulnerabili venisse concesso l’asilo in Svizzera;
  • Grazie a procedure di asilo più celeri, le persone che non hanno diritto di asilo venissero rimpatriate rapidamente nei loro paesi d’origine;
  • Gli stranieri criminali venissero rimpatriati al più presto possibile.

A tal proposito, ritengo che sia necessaria una cooperazione tra i diversi Stati europei e che:

  • Le sfide della migrazione debbano essere gestite meglio dall’Europa, in modo tale da combattere gli abusi in modo efficace;
  • La cooperazione allo sviluppo debba essere strettamente legata alla politica migratoria e a quella economica;
  • Un maggiore sostegno bilaterale nella cooperazione allo sviluppo debba essere sempre più legato agli accordi di riammissione o a quelli di protezione degli investimenti. 

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che noi svizzeri crediamo nella coesione sociale, nell’uguaglianza davanti alla giustizia, nella libertà e nella responsabilità personale, ma anche nei principi di solidarietà e tolleranza: di conseguenza, anche le persone di altre culture devono rispettare questi nostri valori se vogliono integrarsi davvero.

Ecco perché punterei sullo sviluppo di misure che integrino gli immigrati in modo mirato, come:

  • L’apprendimento veloce di una lingua nazionale, che rappresenta la chiave per un’integrazione di successo;
  • La possibilità di naturalizzare solo le persone ben integrate, facendo sì che la naturalizzazione sia il culmine di un’integrazione di successo.

Se vogliamo, possiamo davvero dare una svolta umanitaria – ma equilibrata – a questa situazione. 

Insieme possiamo trovare il giusto equilibrio! Vuoi restare aggiornato sui temi principali della mia candidatura alle elezioni del Consiglio Nazionale di ottobre? Non perdere altro tempo, scrivimi.

Michele Moor - scrivimi
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