Promuovere l’occupazione svizzera? È possibile, ma solo affrontando il fenomeno dei frontalieri

Nessuno può negare come uno dei problemi principali per l’economia svizzera sia la riduzione dei posti di lavoro disponibili e il conseguente aumento della disoccupazione.

Prendiamo come esempio il Canton Ticino, ossia il Cantone maggiormente piegato dalla situazione attuale di dumping salariale: nell’ultimo periodo abbiamo assistito al raggiungimento di una cifra record di persone in assistenza, ossia ben 8353. Ma, d’altro canto, il numero dei lavoratori frontalieri ha raggiunto la soglia di 66.316 persone.

Naturalmente, questo discorso non mira a condannare chi per cercare disperatamente lavoro decide di recarsi ogni giorno oltre frontiera, ma piuttosto coloro che all’interno della politica ostacolano un’economia sana ed equilibrata, senza tenere conto dei bisogni del proprio popolo, che ormai stenta ad arrivare alla fine del mese.

Capire meglio a cosa stiamo andando incontro per via del dumping salariale e della libera circolazione europea è più che doveroso in questo momento storico.

Andiamolo a vedere nel dettaglio! 

Sottoccupazione e povertà reddituale: uno schiaffo all’intera Svizzera

Le cifre di cui abbiamo appena parlato sono un sonoro schiaffo non solo al Ticino, ma anche al resto della Svizzera. 

Si tratta di cifre che riflettono uno stato di malessere profondo del mondo del lavoro svizzero, considerando che in Ticino oltre agli 8353 cittadini in assistenza ce ne sono altri 4297 iscritti agli Uffici Regionali di Collocamento (URC) e ben 17.400 sottoccupati, ossia volenterosi di lavorare di più, ma impossibilitati a farlo. 


Siamo di fronte a una vera e propria necessità di ripensare la strada percorsa fino ad ora, per individuare le cause che ci hanno portato a tutto ciò e le eventuali soluzioni.

I dati parlano chiaro: 

  • La Svizzera ha il più alto tasso di sottoccupazione d’Europa, il doppio rispetto alla media dell’Unione Europea: 356 mila persone – il 7,3% della popolazione – vorrebbero lavorare di più, ma non possono; 
  • I disoccupati iscritti agli URC svizzeri sono 231 mila e altri 243 mila cittadini sono alla ricerca autonoma di un lavoro: così, saliamo a quota 830 mila persone;
  • In Ticino, invece, i sottoccupati sono 17.400, quindi tre lavoratori a tempo parziale su dieci vorrebbero lavorare di più, ma non riescono a trovare nuove opportunità. 

Questo quadro allarmante di sottoccupazione, ossia di persone che lavorano a tempo parziale e che non riescono a trovare delle posizioni full-time, sta portando una buona fetta del Paese a diventare “working poor”, ovvero cittadini che, pur avendo un’occupazione, vanno incontro ogni mese a serie difficoltà economiche. 

Anche su questo fronte le statistiche parlano da sole: 

  • Secondo un rapporto pubblicato dall’Ufficio Federale di Statistica, in Svizzera l’8,2% della popolazione è colpita da un’allarmante povertà reddituale, ossia un’incapacità di disporre di risorse finanziarie sufficienti per acquisire beni e servizi quali il forfait per il mantenimento, le spese individuali per l’alloggio e le restanti spese accessorie; 
  • Il 15% della popolazione residente in Svizzera, ovvero quasi una persona su sette, è esposta al rischio di povertà
  • Inoltre, Caritas sottolinea come negli ultimi quattro anni il 12,8% dei nostri concittadini abbia vissuto in povertà almeno per un anno, e tale numero sembrerebbe destinato a crescere.

Detto ciò, nessuno nega che i frontalieri siano importanti per l’economia non solo cantonale, ma anche svizzera, ma credere che tra gli oltre 15 mila ticinesi senza lavoro non ce ne sia nemmeno uno in grado di fare ciò che fanno alcuni tra gli oltre 66 mila frontalieri, risulta davvero difficile! 

La verità, purtroppo, è che assumere manodopera straniera risulta più vantaggioso, in quanto i lavoratori frontalieri spendono i propri stipendi nel Paese di residenza dove il carovita è molto inferiore rispetto a quello svizzero. 

Parliamoci chiaro: se per un dipendente svizzero un’azienda sborsa in media circa 6000 CHF, per un frontaliere bastano 2000 CHF: in tal modo si priva il nostro Paese non solo del lavoro in sé, ma anche della crescita economica che ne deriverebbe se il lavoratore vivesse e pagasse le tasse in Svizzera. 

E le colpe non possono e non devono essere attribuite completamente al datore di lavoro, alle aziende e agli imprenditori: anch’essi vanno incontro a difficoltà quotidiane ed economiche, dunque spetterebbe allo Stato offrire degli incentivi a tutti coloro che assumono lavoratori indigeni!

Nel cuore del problema: il diritto europeo di libera circolazione

Accordi bilaterali

Al centro di tutta questa situazione di stallo e incertezza abbiamo sicuramente il diritto di libera circolazione imposto da Bruxelles, sancito dalla direttiva europea 2004/38/CE, che esprime in modo inconfutabile il diritto dei cittadini comunitari e dei loro familiari a poter viaggiare e lavorare attraverso tutti gli Stati europei senza visti o ulteriori obblighi. 

Inizialmente, questo accordo mirava soprattutto a creare un benessere economico e una libertà di scambio di cui tutti potessimo beneficiare: ecco perché tali misure riguardano anche la nostra Patria, dal momento in cui fu visto l’Accordo Bilaterale sulla libera circolazione delle persone (ALC), che concede ai cittadini degli Stati membri dell’Unione Europea il diritto di lavorare e soggiornare in Svizzera, se in possesso di un regolare contratto di lavoro. 

La libera circolazione, in linea di massima, comporta per i vari Paesi:   

  • Il diritto di entrata e uscita: implica che ogni Stato si adoperi affinché i cittadini europei possano ottenere il visto il più in fretta possibile; 
  • Il diritto di soggiorno: i cittadini e i loro familiari possono appunto soggiornare o viaggiare ogni giorno verso il Paese in cui decidono di lavorare;
  • Il diritto all’indennità di disoccupazione: nel caso di licenziamento e residenza in uno dei Paesi europei, i cittadini possono iscriversi alle liste di collocamento e chiedere l’indennità di disoccupazione al Paese per il quale hanno lavorato.  

L’ultimo punto, per ora, non è applicabile ai nostri frontalieri, non essendo essi residenti in Svizzera. 

Ma tutti sappiamo come il dibattito sia ancora aperto: infatti, c’è chi avanza richieste affinché anche ai frontalieri venga corrisposto il trattamento di disoccupazione previsto dall’ordinamento svizzero, ossia dallo Stato nel quale sono state pagate le trattenute per le prestazioni di sostegno al reddito. Una condizione altrettanto inaccettabile che ci riporta al problema di fondo, ossia quello di un’Europa dittatoriale alle cui richieste va messo un freno, in primis tramite la limitazione dell’Accordo Bilaterale per la libera circolazione.

La soluzione? Mirare al bene della collettività

Come abbiamo visto, le cause principali della situazione lavorativa attuale sono da ricercarsi da un lato in un’economia egoista che non punta alla tutela della propria Patria, ma preferisce risparmiare sugli stipendi assumendo personale oltre confine, dall’altro in una classe politica che se ne lava le mani e non guarda al bene della collettività

Ecco perché serve un equilibrato intervento da parte dello Stato al fine di garantire un lavoro a chi non ce l’ha e fare in modo a chi vuole assumere nuovo personale qualificato di trovarlo anche nel nostro Paese.

Per farlo, è necessario interrogarsi sulla formazione evidentemente inadeguata dei nostri giovani, sulle responsabilità di una parte del mondo imprenditoriale che non svolge i propri doveri nei confronti del Paese, e su una classe politica ormai inadeguata e così europeista da dimenticarsi il bene della Svizzera. 

Lavoro giovanile e figure digitale

Abbiamo bisogno di azioni concrete che possano migliorare la situazione, quali:  

  • Lo stanziamento di incentivi per l’assunzione degli ultracinquantenni;
  • L’iniziativa Under 30 che mira alla formazione e all’occupazione di personale indigeno qualificato; 
  • L’applicazione della preferenza indigena, in modo da creare un reale controllo dell’immigrazione; 
  • La sensibilizzazione su questi temi, in modo da far capire alle aziende che la qualità svizzera ha dei costi, ma che questi costi sono investimenti;  
  • Puntare sulla formazione, soprattutto in ambito digitale e delle nuove tecnologie;
  • Offrire benefici finanziari ai datori di lavoro che assumono residenti sia nel settore privato che in quello pubblico, così come rendere attrattivo per le aziende assumere disoccupati iscritti agli URC;
  • Limitare la libera circolazione imposta da Bruxelles, frenando l’immigrazione incontrollata. 

Ecco perché non mi stancherò mai di ripetere che, in quanto politici, abbiamo il dovere di offrire un futuro a chi vive nel nostro Paese: prima di servirci della manodopera – pur necessaria – del resto del mondo, dobbiamo puntare sulla nostra. 

Insieme possiamo trovare il giusto equilibrio! Vuoi restare aggiornato sui temi principali della mia candidatura alle elezioni del Consiglio Nazionale di ottobre? Scrivimi!

Michele Moor - scrivimi
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